Le suites per violoncello solo di Johann Sebastian Bach

Analisi, storia, stile e prassi esecutiva

Prefazione di Anelide Nascimbene

Il testo di Sergio Bianchi, Giuliano Bellorini e Paolo Beschi è prima di tutto il frutto di un’avventura spirituale vissuta nel nome di Bach e portata avanti sulla base di un condiviso interesse nei confronti del genio di Eisenach e dei suoi procedimenti compositivi. La seconda e non meno importante ragione che ha portato gli autori all’idea di concepire un volume di questo tipo, è stato il desiderio di proporre una “lettura” esauriente delle Suites, in modo da colmare uno dei tanti vuoti editoriali; italiani, in particolare. Il lavoro si presenta infatti come pregevole “indagine” ad ampio raggio del capolavoro bachiano: sia attraverso un’illustrazione puntuale e approfondita dei procedimenti compositivi, sia mediante una contestualizzazione di carattere storicoespressivo.

https://www.lim.it/it/saggi/5703-le-suites-per-violoncello-solo-di-johann-sebastian-bach-9788870965490.html

 

L’ignoto iconoclasta

Studi su Mario Castelnuovo-Tedesco Prefazione di Susanna Pasticci

Ci sono storie che meritano di essere raccontate e musiche che meritano di essere ascoltate, ma che spesso non trovano spazio nelle grandi narrazioni storiografiche perché non si lasciano facilmente imbrigliare nelle categorie convenzionali. Il caso di Mario Castelnuovo-Tedesco (1895–1968) è un esempio assai eloquente di questa difficoltà di raccontare l’esperienza musicale di un artista che sembra aver deliberatamente assunto una posizione refrattaria a ogni inquadramento possibile. Dunque una personalità complessa, che tuttavia ha saputo giocare un ruolo attivo nell’orizzonte culturale della sua epoca attraverso la sua musica e le sue riflessioni sulla musica. Dotato di una felice vena creativa e sostenuto da una solida preparazione tecnica, Castelnuovo-Tedesco era anche un intellettuale finissimo, di formazione e attitudini cosmopolite, che ha esercitato l’attività di critico musicale in parallelo con quella di pianista e compositore. Sottrarre alla dimenticanza l’opera di Castelnuovo-Tedesco è il principale obiettivo di questo libro, che raccoglie i contributi presentati a un convegno internazionale organizzato da Sapienza Università di Roma nel 2018. In un panorama bibliografico sorprendentemente povero di studi sull’autore, questo volume presenta la prima, organica raccolta di saggi musicologici dedicati all’opera del compositore fiorentino.

(dalla Prefazione di Susanna Pasticci)

https://www.lim.it/it/opere-collettive/5704-l-ignoto-iconoclasta-9788855430050.html

 

In nessun tempo Hans Werner Henze: diari, saggi e interviste

In nessun tempo

Hans Werner Henze: diari, saggi e interviste

Prefazione di Franco Serpa

 

[…] Quando avevo diciassette anni mi hanno messo addosso una divisa e mi hanno fatto “l’onore” di partecipare alla fine della Seconda Guerra Mondiale, nella quale era morto mio padre e che aveva gettato la mia famiglia in terribili difficoltà. Già prima, da ragazzo, avevo però potuto osservare con occhi abbastanza aperti la realtà del nazifascismo e gli effetti che esso aveva sulla vita delle famiglie, sui piccoli gruppi sociali. La traccia lasciata da quei traumi è stata la ripulsa per tutto quello che ha a che fare con la violenza, con il dolore, con il tradimento, con la menzogna e la disonestà. Dopo la guerra, con fatica, ho potuto finalmente trovare il mio stile e il mio modo di vita, ma in un Paese che non era il mio. Le cose hanno voluto che dopo i tre anni che avevo in mente di passare in Italia per scrivere un’opera in tre atti, König Hirsch, io sia stato incapace di tornare al Nord. Da allora vivo in Italia, da italiano tra italiani, e qui, per quanto possa sembrare strano, ho trovato un senso di identità consolidato dalla dolcezza, dalle buone maniere, dalla cordialità che qui erano naturali e che io vedevo discendere direttamente dalla tradizione dei Greci, dalla sua conservazione presso i Romani, quindi resi presenti nell’eleganza delle persone e nel loro inconsapevole orgoglio di essere figli di questa formidabile nazione. (Hans Werner Henze)

https://www.lim.it/it/saggi/5715-in-nessun-tempo-9788855430043.html

in-nessun-tempo

Sulla genesi della creazione artistica

Una prospettiva musicale

«Io poi ho sempre pensato — scrive Henri Matisse nel 1935 — che gran parte della bellezza di un quadro derivi dalla lotta impegnata dall’artista con i limiti del suo mezzo espressivo». Le sue parole riassumono bene il tema di questo libro, la lotta dell’artista con la materia dell’arte, dunque il ruolo fondamentale della costruzione concreta dell’arte rispetto all’idea. L’opera d’arte — una composizione, un romanzo, un dipinto, una scultura, un film — è il risultato di un atto intellettuale consapevole — dunque di un’idea — dove tuttavia entra in gioco l’azione concreta, materiale del fare artistico, che inevitabilmente pervade e condiziona l’opera fin dal momento in cui essa inizia a prendere forma sul pentagramma, sulle righe, sulla tela, sulla pellicola. L’immagine iniziale o idea può mantenere inalterata la sua forza oppure trasformarsi nel corso del lavoro, ma il più delle volte serve soprattutto da stimolo, perché a poco a poco — come scrive Italo Calvino — la materia resta padrona del campo e offre il suo prezioso, indispensabile alimento all’immaginazione. È solo mentre si scrive o dipinge che la fantasia dona i suoi frutti, in astratto la materia è ancora troppo lontana per suggerire combinazioni, accostamenti, soluzioni, scoperte.

Le testimonianze dei maggiori protagonisti delle arti del ’900, qui ampiamente riportate, confermano nella sostanza la tesi del libro: anche il pittore più desideroso di trasmettere un messaggio e di contribuire attraverso la sua arte alla crescita civile della società, quando riflette sul proprio lavoro difficilmente può negare che l’opera sia il risultato talvolta inatteso di un percorso accidentato nel quale l’azione concreta, materiale del fare artistico entra in gioco giungendo in alcuni casi a modificare in modo radicale le intenzioni originali. L’arte — scrivono Fellini, Mirò, Calvino, Stravinsky e tanti altri — si fa facendola.

Sul piano interpretativo ciò comporta un radicale ridimensionamento del ruolo messianico dell’artista, il quale spesso non ha alcuna intenzione o pretesa di comunicare qualcosa di fondamentale, è perso in questo mondo esattamente come tutti noi. «Giornalisti curiosi e amatori di pittura — scrive Picasso — vengono a vederci per trarre da noi verità dogmatiche o definizioni che potrebbero spiegare loro la nostra arte, mettendo in rilievo il suo valore pedagogico, valore che io nego categoricamente. Noi facciamo della pittura. Vorrebbero forse che, per aggiunta, noi fossimo fabbricanti di verità e di massime?».

https://www.lim.it/it/saggi/5716-sulla-genesi-della-creazione-artistica-9788855430029.html

Analfabeti sonori, C. Boccadoro

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L’avvento di Internet ha rappresentato una vera e propria rivoluzione nel mondo della musica. L’opportunità strabiliante di usare linguaggi musicali provenienti da ogni tempo e luogo ha rimescolato il concetto stesso di composizione, aprendo un ampio ventaglio di fusioni stilistiche e contaminazioni. Ciò presuppone grande responsabilità da parte del compositore, nonché il rischio di incorrere nell’esplorazione superficiale di un catalogo cosí pericolosamente vasto, smarrendo un requisito fondamentale: il senso critico. La soglia di attenzione e la capacità di concentrazione diminuiscono progressivamente di fronte alla logica di Spotify, un incessante crossover tra generi, che intacca l’archetipo di «storia musicale». I componimenti che richiedono un tempo d’ascolto lungo e ponderato mal si conciliano con questo metodo spasmodico. È ancora possibile qualche forma di resistenza alla continua accelerazione della fruizione musicale, arrestando cosí la nostra trasformazione in veri e propri analfabeti sonori?

Estratto

Giulio Einaudi Editore

Zilia. Clara Schumann: la donna e i suoi Lieder

Dopo aver fugacemente incontrato Clara Schumann a Vienna in occasione di un concerto da lei tenuto presso l’Hoftheater nel 1854, così la definì la scrittrice inglese George Eliot (1819–1880), compagna dell’intellettuale George Henry Lewis, vecchio amico di Franz Liszt: “una creatura malinconica e interessante. Suo marito era impazzito un anno prima e lei doveva sostenere otto figli.”
In questa definizione, breve e suggestiva, formulata da un artista la cui vita anticonvenzionale poco ha a che vedere con quella di una donna sobria e sempre ligia al dovere come fu Clara Schumann, ma la cui opera narrativa — al pari della carriera della musicista — contribuì a riscattare la produzione artistica femminile dallo spazio limitato del tentativo dilettantesco, la Eliot riassume efficacemente i tratti e gli aspetti fondamentali di quella che fu la vita di Clara Wieck Schumann: l’aspetto malinconico che la contraddistinse fin dall’infanzia anomala che visse, senza madre, senza giochi e totalmente dedita allo studio della musica; quell’atteggiamento interessante, che le conferiva il portamento sobrio e solenne di chi consacrò la propria vita all’arte al punto da essere definita dai più “Sacerdotessa” […]

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György Ligeti

Forma e unità tematica nei Concerti di György Ligeti

forma-e-unita-tematica-nei-concerti-di-gyoergy-ligetiLa questione della forma, ovvero la creazione di forme musicali complesse, ha sempre dominato il processo compositivo di György Ligeti. Una concezione fortemente influenzata dalla facoltà immaginativa: forma come edificio, architettura nello spazio, rete, ragnatela, nodi, tessuto, tappeto, ramificazioni, labirinto, formula della clorofilla…

Poi fu la volta di una vera e propria meraviglia […] la struttura chimica della clorofilla […]. Quell’illustrazione mi colpì, lasciando dentro di me una traccia indelebile […]. Non è una cosa del tutto statica: è una ‘statica dinamica’ […]. Un’idea costruttiva […]. Vi si ritrovano delle connessioni simili ai nodi di una rete.

Per quale motivo un compositore dalla mente assimilatrice tale da tradurre in musica suggestioni provenienti dagli ambiti più disparati, e dall’evoluzione estremamente complessa e articolata, dedica periodicamente una composizione a una delle forme storiche per eccellenza come quella del concerto? L’indagine sui Concerti per strumento e orchestra, che costellano a intervalli più o meno regolari tutta la produzione musicale del compositore ungherese dal suo arrivo a Colonia (inizio 1957), in poi, si sviluppa in duplice direzione: verso l’esterno, secondo quello che Ligeti definisce «lo sguardo storico retrospettivo», ossia la consapevolezza dell’impossibilità di poter prescindere dal passato, e verso l’interno, in un novecentesco spostamento dalla forma alla struttura e ai procedimenti compositivi, alla ricerca di costanti strutturali e di tòpoi per verificare se, così diversi e lontani tra di loro all’ascolto, i cinque Concerti possano costituire l’espressione variegata, sfaccettata e talvolta imprevedibile di un’unica poetica che vede nella consapevolezza dell’inesorabilità dello scorrere del tempo il suo tema fondamentale.
Ma l’analisi non può dirsi esaustiva senza la lettura del Trio (1982), la cui cellula iniziale dalla prorompente personalità, veicolando nuovi e importanti elementi, informerà di sé i Concerti successivi consentendone una lettura affatto particolare, forse inaspettata in questo compositore che, pur in stretto contatto con la cerchia della Neue Musik del secondo dopoguerra, si è sempre distinto per la sua ribadita autonomia di pensiero.

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